Dott.ssa GIULIA CAUSA Psicologa e psicoterapeuta a Treviso
Dott.ssa GIULIA CAUSA Psicologa e psicoterapeuta a Treviso

I miti sulla psicologia:

uno sguardo alle false certezze sul lavoro degli psicologi. 

Nonostante siamo ormai alla fine del 2019, capita ancora che le persone non chiedano un aiuto psicologico per pregiudizi e stereotipi che ruotano intorno alla figura dello psicologo e dello psicoterapeuta.

 

Il re dei miti a riguardo è sicuramente che solo i matti vanno dallo psicologo. Mi capita spesso, quando qualcuno mi chiede che lavoro faccio, di sentirmi dire “ah, mai andato io, mica sono matto!!!”. Questo succede soprattutto con persone più adulte perché tra i più giovani si sta facendo strada, per fortuna ma ancora molto lentamente, l’idea che non sia motivo di vergogna chiedere un aiuto. 

 

Sindrome da rientro post vacanze:

come riconoscerla e come gestirla. 

C’è chi l’ultimo giorno di vacanza già assapora il rientro a casa, il fare ritorno ai propri spazi ed alle abitudini, che durante la vacanza si sono abbandonate e chi, al solo pensiero di tornare alla routine, già cambia umore. La sindrome da rientro, o post vacation syndrome, riconosciuta ormai a pieno titolo dagli psicologi, colpisce una persona su dieci ed ha dei sintomi caratteristici, quali irritabilità e nervosismo, mal di testa, calo della soglia di attenzione, ansia, senso di stordimento e sonnolenza o, al contrario, difficoltà a dormire. 

2 aprile, giornata mondiale della consapevolezza dell'autismo. 

"La Farfalla" prende il volo: inaugurazione della nuova struttura della Cooperativa Agorà a Castion di Loria. 

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E se Batman fosse gay sarebbe meno super eroe?

Qualche riflessione sull'omosessualità. 

Mamma, papà, vi devo parlare: sono gay”.

 

Per un figlio che scopre ed ammette la sua omosessualità parlare con i suoi genitori è spesso, troppo spesso, lo scoglio più grande. Tanto che molti figli non affrontano mai il tema con i propri genitori, nemmeno da adulti, in un tacito accordo per cui “lo so ma non ne parliamo”. Perché è cosi complicato fare coming out con la propria famiglia? 

 

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Io non sono la mia diagnosi. 

Pensieri sul potere delle parole nella genesi dello stigma. 

Da qualche tempo svolgo la mia professione anche presso un Centro di Salute Mentale del veneziano. Qualche giorno fa mi è accaduta una cosa che mi ha fatto riflettere. Stavo chiacchierando con una frequentatrice del Servizio, una donna sulla cinquantina, in un momento non strutturato, di pausa tra un’attività e l’altra. Ci siamo scambiate qualche informazione, mi conosce da poco ed era incuriosita dal mio accento poco veneto e da altri piccoli dettagli che aveva attentamente osservato. Il tono era rilassato, leggero… poi, all’improvviso, mi dice “Sa dottoressa, io sono cronica, per me non c’è speranza. Gli schizofrenici non hanno speranza!”

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Aiuto, sono felice!

La cherofobia, il terrore delle emozioni positive.

Qualche giorno fa mi è capitato di ascoltare un provino per un talent musicale dove una giovane ragazza cantava una canzone che ha scritto, intitolata “cherofobia”, la sua cherofobia, ovvero la sua paura di essere felice. Mi ha colpito che una ragazza cosi giovane abbia una consapevolezza tale delle sue difficoltà da scriverci addirittura un pezzo ma, allo stesso tempo, ho trovato anche molto coraggiosa la sua scelta di raccontare davanti a milioni di spettatori una parte di sé cosi intima. Ho dunque colto l’occasione per una breve riflessione su questa tematica, molto poco conosciuta e apparentemente paradossale, la paura della felicità.

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Sto per morire!

Cosa succede mentre si verifica un attacco di panico? 

 

All’improvviso si fa tutto confuso, l’aria sembra più rarefatta, come se facesse fatica ad entrare dal naso per andare a riempire i polmoni. Non è successo niente, ma sembra che il mondo stia per finire, che la morte sia dietro l’angolo e che il corpo e tutti gli organi interni si stiano ribellando al controllo della mente, per sfuggirle e distruggerci. 

 

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Mare aperto, venti contrari.

Adolescenza: cerchiamo la rotta.

Nella mia pratica clinica mi capita sempre più spesso che la richiesta da aiuto provenga da giovani adulti, tra i 20 e i 25 anni. Mi chiamano e la prima cosa che mi dicono sempre è che il venire in studio da me è una loro iniziativa, che mi hanno cercata in internet e che la loro famiglia sa che vengono qui ed è d’accordo.

Penso ai miei giovani pazienti, tutti cosí meravigliosamente diversi tra loro, ma estremamente simili in un aspetto: la loro fragilità. Con tutti loro, nei primi colloqui, ho avuto la sensazione che quasi si scusassero per il fatto di stare male: non ci sono “traumi” eclatanti, o, come dicono loro, “motivi veri” per stare male. Eppure stanno male, soffrono. 

 

Il mondo del silenzio:

Breve viaggio nell'autismo. 

Oggi ho deciso di affrontare il tema dell’autismo, sia dal punto di vista strettamente clinico che, soprattutto, dal punto di vista del tipo di lavoro che si può fare per migliorare la qualità della vita di queste persone e delle loro famiglie.

L’etimologia della parola autismo deriva dal greco αὐτός, letteralmente “se stesso”. Il primo richiamo del termine è chiaramente alle difficoltà relazionali e comunicative che, a diversi livelli, caratterizzano i disturbi dello spettro autistico. 

Il trauma:

il tempo bloccato.

La parola “trauma” ha assunto un uso comune nel nostro linguaggio. Andiamo però a vedere cosa intende la psicoanalisi con questo vocabolo e quali sono gli aspetti salienti dell’esperienza traumatica, in modo da poter individuare delle possibili soluzioni per superarlo.

Quando si vive un’esperienza traumatica ci si può sentire assaliti da emozioni incontrollabili, da ricordi improvvisi che come del flash ci colgono alla sprovvista e ci terrorizzano, ci si sente sempre in allarme, in una situazione di pericolo o, ancora, ci si sente distaccati da tutto, in uno stato do torpore in cui l’evento traumatico non riguarda noi e lo ricordiamo senza nessuna emozione, come se fosse accaduto ad un’altra persona a noi distante. 

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La schizofrenia

Breve viaggio nel delirio.

Come molti altri termini psichiatrici, anche l’aggettivo “schizofrenico” si sente nominare svariate volte, al telegiornale, tra amici, in coppia… Spesso lo si usa, in maniera inappropriata, per definire qualcuno che cambia idea, o umore, repentinamente.

 

Ma che origine ha questo termine, ormai cosi inflazionato?

 

Il “padre” della schizofrenia è considerato E. Bleuler, che raggruppa sotto questo termine una vasta gamma di psicosi il cui elemento comune è una disgregazione della personalità psichica. Prima di Bleuler, Kraepelin chiamava questo quadro “demenza precoce”, intendendo un fenomeno con insorgenza in età giovanile, caratterizzato dall’esito nella demenza.

 

 

La dipendenza affettiva:

Quando l'amore diventa una droga. 

Nel 1970 Robin Norwood, psicoterapeuta americana specializzata in terapia familiare ha pubblicato il best seller “Donne che amano troppo”: da quel momento in poi il tema della dipendenza affettiva è stato sdoganato e sempre più persone si sono riconosciute in questa “sindrome”, tanto che spesso le persone si autodiagnosticano l’amore eccessivo, senza sapere però perché amano troppo.

 

Ma cosa intendiamo usando questo termine?

 

Binge Eating Disorder:

la fame insaziabile che distrugge mente e corpo. 

Normalmente, quando sentiamo parlare di “disturbo alimentare”, la prima immagine che ci viene in mente è quella di un corpo emaciato, pallido, con le ossa in vista, sottoposto a rituali di restrizioni alimentari e ad un eccessivo esercizio fisico. L’immagine dell’anoressia è sicuramente quella primariamente associata a questo termine.

All’interno di questa grande categoria chiamata, appunto, “disturbi alimentari”, ci sono anche altri disturbi, tra cui il BED, ovvero il Binge Eating Disorder, traducibile in italiano come un’alimentazione incontrollata, caratterizzata da grandi abbuffate.

Le persone che ne soffrono, a differenza di quelle che hanno la bulimia, non mettono in atto comportamenti volti alla compensazione (vomito autoindotto, digiuno, uso di lassativi, etc), dunque sono sempre in sovrappeso o in uno stato di obesità.

Questo disturbo si caratterizza per l’assenza di cause mediche che spieghino il peso in eccesso, dovuto quindi a fattori psicologici.

Chi ne soffre mangia, in un lasso di tempo limitato, una quantità di cibo notevolmente maggiore rispetto a quella che assumerebbe la maggior parte delle persone nello stesso arco temporale. È come se si perdesse il controllo, se non ci si riuscisse a fermare e a controllare cosa e quanto si stia mangiando.

 

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Ricordare la vita per elaborare l'assenza.

Il lavoro del lutto

Parlare di lutto, di perdita, di morte è sempre molto difficile: lo è perché è un tema da cui tutti vogliamo scappare, quasi che se non se ne parla non possa sfiorarci. Accade però, inevitabilmente, che questo tema non solo ci sfiori, ma ci travolga in pieno.

Ho deciso quindi di scrivere qualche riflessione sull’argomento perché, come è noto, più si conosce un tema, meno ci terrorizza. Anche se parlare di morte terrorizzerà sempre, non tanto per la morte in sé, quanto per il senso di irreversibilità della perdita.

 

Sigmund Freud definisce il lutto come una reazione affettiva, emotiva, ad una esperienza di perdita. Una perdita che sconvolge, stravolge e dissesta il nostro modo di vedere il mondo e che ci costringe, dunque, a rivedere la nostra visione del mondo.

Per Freud, quindi, il lutto è l’esperienza dell’assenza di chi amavamo, ma poiché chi amavamo dava senso al mondo, la perdita di cui il lutto è la reazione affettiva è anche perdita del senso stesso del mondo. 

Freud ha a lungo parlato di lutto e di perdita e ha individuato tre possibili risposte soggettive all’evento luttuoso: la prima reazione è quella cosiddetta “maniacale”, la seconda è quella melanconica, ovvero depressiva, la terza è quella del lavoro del lutto come esito positivo della depressione.

 

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Amore e gelosia 

Lo spettro della gelosia

Sul tema dell’amore sono state scritte infinite pagine, girati innumerevoli film, suonate migliaia di canzoni.

Nel mondo occidentale, partendo dalla tradizione medievale con il mito di Tristano e Isotta e del loro amore travagliato e assoluto, predomina il mito dell’Amore Assoluto, che va a braccetto con l’Amore impossibile. Molte persone infatti, vivono nell’illusione di amare una persona reale, mentre ciò che amano è l’idea che hanno di questa persona, un ideale di amore che ha poco a che vedere con la realtà.

Si tratta però di una forma d’amore patologica, foriera di grandi sofferenze e che non ha nulla a che vedere con la sessualità e il desiderio erotico: si tratta piuttosto di rispecchiamenti narcisistici, in cui si crede di amare l’altro per com’è, mentre in realtà si amano gli aspetti di lui in cui sono state proiettate le parti desiderate per sé.

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Vince chi molla.

Il braccio di ferro nel rapporto genitori-figli. 

 “Con un figlio il grande cambiamento è che non ti puoi arroccare su delle posizioni se non vuoi perdere la relazione, ti devi mettere sempre in discussione. Con tutti gli altri, se proprio non vuoi farlo, puoi troncare, persino con tua moglie o tuo marito, ma con un figlio no, non puoi troncare, resti sempre suo padre o sua madre per tutta la vita. Devi trovare altre soluzioni per forza e questo ti fa crescere.”

Alba Marcoli, Il bambino lasciato solo, p. 174, 175.

 

Capita molto spesso che tra genitori e figli si giochi a “braccio di ferro”, non di rado anche per le cose più banali. La tecnica del braccio di ferro però genera solo perdenti, chi vince, vince solo in apparenza. Caderci e rimanerne invischiati, però, è un attimo. È un gioco psicologico subdolo, nel quale si entra senza rendersene conto ma dal quale poi è difficile uscirne. Quando scatta il meccanismo, non ci si rende conto nemmeno delle questioni sulle quali si può cedere perché banali e di quelle invece su cui è necessario rimanere fermi. Ci sono situazioni in cui si puo cedere, come ad esempio nelle preferenze del bambino per un gioco piuttosto che un altro, o nella scelta di un abito, perché in tal modo lo si aiuta nella crescita della propria individualità e autodeterminazione. Ma è fondamentale mettere dei limiti, dei confini netti per evitare di crescere un bambino insicuro e infelice. Sono i cosiddetti “no che aiutano a crescere”. Darla sempre vinta al proprio figlio per non vederlo soffrire in realtà lo farà crescere insicuro e perennemente insoddisfatto, perché vorrà sempre di più, in un’escalation di richieste che non potranno essere soddisfatte all’infinito, generando quindi frustrazione.

 

 

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Aiuto, sono in crisi!

Le crisi come momento evolutivo. 

 

 

Nell’immaginario comune il termine “crisi” ha un’accezione negativa. Guardando l’etimologia greca e latina del termine si evince però un altro modo di considerare la crisi, ovvero come un’opportunità, una scelta che divide due momenti, due modi di essere diversi separati da un “prima” e da un “dopo”. Come scrive la grande Alba Marcoli “la crisi è il terreno inevitabile e potenzialmente evolutivo (anche se non sempre e non per tutti, perché può anche avere uno sbocco involutivo) da attraversare prima di poter trovare un nuovo equilibrio nei momenti di passaggio o di cambiamento, sia esterno sia interno, che caratterizzano la vita e il suo scorrere per ciascuno di noi, che ne siamo o meno consapevoli.” [Alba Marcoli, Passaggi di vita.]

 

Solo attraversando il territorio incerto della crisi, quello della mancanza di sicurezza si può costruire un nuovo equilibrio, quello che ci accompagna nelle situazioni di vita dove il vecchio equilibrio, al quale eravamo affezionati, non serve più. Ma come tutti sappiamo, lasciare le certezze che ci hanno accompagnato per lungo tempo, anche se ormai inutili, crea sempre molta paura e in certi casi può generare addirittura il panico.

Racamier parla di ‘tempo della crisi”, ovvero la possibilità di attraversare e vivere completamente il dolore, dall’inizio dalla fine. Solo concedendosi di viverlo appieno, un dolore si può consumare e attenuare, liberando delle energie mentali che possano, con il tempo, con il “loro” tempo, permettere di continuare a vivere e di costruire nuovi legami con il mondo e con le persone.

Può sembrare un luogo comune, ma è nel momento di maggiore sconforto che troviamo la nostra ultima risorsa. Bisogna toccare il fondo per darsi la spinta per risalire a galla. Sempre Racamier sostiene che chi vive la crisi sente che non ne uscirà mai ed è per questo che nei momenti di questo tipo è fondamentale essere aiutati da qualcuno che sia capace di riconoscere la difficoltà del lavoro che si sta svolgendo in un tempo e in una direzione e che sia in grado di conservare la speranza che la persona sembra aver perduto. 

 

 

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Si è spento il mondo?

Il vissuto nella depressione

Il termine depressione è entrato sempre più nel linguaggio comune e spesso alla fine di una giornata “no” esclamiamo: “sono depresso!!”. È una sensazione comune quella della tristezza ma i momenti tristi sono in genere collegabili ad eventi specifici e non interferiscono particolarmente con la vita affettiva e relazionale. Quando invece si può parlare di depressione? E cosa significa depressione?

Possiamo iniziare a pensare che si tratti di depressione quando il senso di vuoto, la disperazione e un forte senso di impotenza impediscono il normale scorrimento della vita, percepita come insignificante. La consueta routine diventa fonte di fatica insostenibile e quello che prima si faceva senza nemmeno pensarci ora richiede un impegno che ti sembra di non riuscire a sostenere. Giorno dopo giorno le energie si affievoliscono, la fatica prende il sopravvento e si inizia a fare sempre meno, finchè ci si lascia andare, a volte in un processo improvviso, altre volte in manuera lenta e subdola tanto che non ce ne si accorge finchè non ci si resta intrappolati senza avere più la forza di uscirne.

 

 

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L'ansia, nemica o alleata?

Ti è mai accaduto di essere colto all’improvviso da un attacco d’ansia e di non sapere come gestirlo?

 

Capita nei momenti in cui meno te lo aspetti, magari durante una serata tra amici, quando dalla tranquillità che regnava fino ad un minuto prima ti senti travolto da una forte inquietudine, i muscoli si contraggono, il respiro si fa affannoso e senti uno stato di allerta che ti impedisce di concentrati su qualsiasi altra cosa. Hai la sensazione di morire, di essere in pericolo di vita, dell’imminenza di una catastrofe. E accade nei momenti più imprevedibili, quando ti stai rilassando dopo una giornata di lavoro, mentre guidi, quando stai lavorando. A volte l’ansia ti tiene compagnia fin dal mattino quando apri gli occhi e ti prepari ad affrontare una nuova giornata, altre volte ti assale quando stai per addormentarti, impedendoti di riposare adeguatamente e facendoti svegliare con la sensazione di non essere riposato.

           

 

         Come reagisci in questi casi?

 

 

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