Dott.ssa GIULIA CAUSA Psicologa Clinica
Dott.ssa GIULIA CAUSA Psicologa Clinica

Il mio orientamento

Il mio orientamento teorico nasce dall'incontro tra la Fenomenologia e la Psicoanalisi. Sul piano terapeutico psicoanalisi e fenomenologia condividono la scelta di rivolgersi al vissuto (e non al comportamento) del paziente e l'importanza data all'incontro umano.

Perchè chiedere un incontro?

Dal mese di maggio lo studio cambia sede.

 

Il nuovo indirizzo è Via Giacomo Camillo De Carlo n.3 a Treviso, in zona Stadio Tenni. 

 

Per informazioni e appuntamenti chiamare il num. 340 3405567.

Dott.ssa Causa 

Ultimi argomenti trattati

PILLOLE DI....

Uno spazio dove verranno affrontati i vari "disturbi mentali" con uno sguardo più umano che clinico, nel tentativo di avvicinarsi alla cosiddetta "malattia mentale" con una prospettiva scevra di pregiudizi. 

BUON VIAGGIO MAESTRO. 

Grazie per avermi trasmesso l'amore terapeutico, lo sguardo umano e l'importanza della relazione. Aretusa porterà avanti la tua passione, la tua immensa umanità e il tuo grandissimo rispetto per la sofferenza psichica. 

VIDEO 

Nuovi video nella sezione dedicata, per chi vuole avvicinarsi al mondo della psicologia e della psichiatria in un modo nuovo. 

La schizofrenia

Breve viaggio nel delirio.

Come molti altri termini psichiatrici, anche l’aggettivo “schizofrenico” si sente nominare svariate volte, al telegiornale, tra amici, in coppia… Spesso lo si usa, in maniera inappropriata, per definire qualcuno che cambia idea, o umore, repentinamente.

 

Ma che origine ha questo termine, ormai cosi inflazionato?

 

Il “padre” della schizofrenia è considerato E. Bleuler, che raggruppa sotto questo termine una vasta gamma di psicosi il cui elemento comune è una disgregazione della personalità psichica. Prima di Bleuler, Kraepelin chiamava questo quadro “demenza precoce”, intendendo un fenomeno con insorgenza in età giovanile, caratterizzato dall’esito nella demenza.

 

 

La dipendenza affettiva:

Quando l'amore diventa una droga. 

Nel 1970 Robin Norwood, psicoterapeuta americana specializzata in terapia familiare ha pubblicato il best seller “Donne che amano troppo”: da quel momento in poi il tema della dipendenza affettiva è stato sdoganato e sempre più persone si sono riconosciute in questa “sindrome”, tanto che spesso le persone si autodiagnosticano l’amore eccessivo, senza sapere però perché amano troppo.

 

Ma cosa intendiamo usando questo termine?

 

Binge Eating Disorder:

la fame insaziabile che distrugge mente e corpo. 

Normalmente, quando sentiamo parlare di “disturbo alimentare”, la prima immagine che ci viene in mente è quella di un corpo emaciato, pallido, con le ossa in vista, sottoposto a rituali di restrizioni alimentari e ad un eccessivo esercizio fisico. L’immagine dell’anoressia è sicuramente quella primariamente associata a questo termine.

All’interno di questa grande categoria chiamata, appunto, “disturbi alimentari”, ci sono anche altri disturbi, tra cui il BED, ovvero il Binge Eating Disorder, traducibile in italiano come un’alimentazione incontrollata, caratterizzata da grandi abbuffate.

Le persone che ne soffrono, a differenza di quelle che hanno la bulimia, non mettono in atto comportamenti volti alla compensazione (vomito autoindotto, digiuno, uso di lassativi, etc), dunque sono sempre in sovrappeso o in uno stato di obesità.

Questo disturbo si caratterizza per l’assenza di cause mediche che spieghino il peso in eccesso, dovuto quindi a fattori psicologici.

Chi ne soffre mangia, in un lasso di tempo limitato, una quantità di cibo notevolmente maggiore rispetto a quella che assumerebbe la maggior parte delle persone nello stesso arco temporale. È come se si perdesse il controllo, se non ci si riuscisse a fermare e a controllare cosa e quanto si stia mangiando.

 

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Ricordare la vita per elaborare l'assenza.

Il lavoro del lutto

Parlare di lutto, di perdita, di morte è sempre molto difficile: lo è perché è un tema da cui tutti vogliamo scappare, quasi che se non se ne parla non possa sfiorarci. Accade però, inevitabilmente, che questo tema non solo ci sfiori, ma ci travolga in pieno.

Ho deciso quindi di scrivere qualche riflessione sull’argomento perché, come è noto, più si conosce un tema, meno ci terrorizza. Anche se parlare di morte terrorizzerà sempre, non tanto per la morte in sé, quanto per il senso di irreversibilità della perdita.

 

Sigmund Freud definisce il lutto come una reazione affettiva, emotiva, ad una esperienza di perdita. Una perdita che sconvolge, stravolge e dissesta il nostro modo di vedere il mondo e che ci costringe, dunque, a rivedere la nostra visione del mondo.

Per Freud, quindi, il lutto è l’esperienza dell’assenza di chi amavamo, ma poiché chi amavamo dava senso al mondo, la perdita di cui il lutto è la reazione affettiva è anche perdita del senso stesso del mondo. 

Freud ha a lungo parlato di lutto e di perdita e ha individuato tre possibili risposte soggettive all’evento luttuoso: la prima reazione è quella cosiddetta “maniacale”, la seconda è quella melanconica, ovvero depressiva, la terza è quella del lavoro del lutto come esito positivo della depressione.

 

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Amore e gelosia 

Lo spettro della gelosia

Sul tema dell’amore sono state scritte infinite pagine, girati innumerevoli film, suonate migliaia di canzoni.

Nel mondo occidentale, partendo dalla tradizione medievale con il mito di Tristano e Isotta e del loro amore travagliato e assoluto, predomina il mito dell’Amore Assoluto, che va a braccetto con l’Amore impossibile. Molte persone infatti, vivono nell’illusione di amare una persona reale, mentre ciò che amano è l’idea che hanno di questa persona, un ideale di amore che ha poco a che vedere con la realtà.

Si tratta però di una forma d’amore patologica, foriera di grandi sofferenze e che non ha nulla a che vedere con la sessualità e il desiderio erotico: si tratta piuttosto di rispecchiamenti narcisistici, in cui si crede di amare l’altro per com’è, mentre in realtà si amano gli aspetti di lui in cui sono state proiettate le parti desiderate per sé.

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Vince chi molla.

Il braccio di ferro nel rapporto genitori-figli. 

 “Con un figlio il grande cambiamento è che non ti puoi arroccare su delle posizioni se non vuoi perdere la relazione, ti devi mettere sempre in discussione. Con tutti gli altri, se proprio non vuoi farlo, puoi troncare, persino con tua moglie o tuo marito, ma con un figlio no, non puoi troncare, resti sempre suo padre o sua madre per tutta la vita. Devi trovare altre soluzioni per forza e questo ti fa crescere.”

Alba Marcoli, Il bambino lasciato solo, p. 174, 175.

 

Capita molto spesso che tra genitori e figli si giochi a “braccio di ferro”, non di rado anche per le cose più banali. La tecnica del braccio di ferro però genera solo perdenti, chi vince, vince solo in apparenza. Caderci e rimanerne invischiati, però, è un attimo. È un gioco psicologico subdolo, nel quale si entra senza rendersene conto ma dal quale poi è difficile uscirne. Quando scatta il meccanismo, non ci si rende conto nemmeno delle questioni sulle quali si può cedere perché banali e di quelle invece su cui è necessario rimanere fermi. Ci sono situazioni in cui si puo cedere, come ad esempio nelle preferenze del bambino per un gioco piuttosto che un altro, o nella scelta di un abito, perché in tal modo lo si aiuta nella crescita della propria individualità e autodeterminazione. Ma è fondamentale mettere dei limiti, dei confini netti per evitare di crescere un bambino insicuro e infelice. Sono i cosiddetti “no che aiutano a crescere”. Darla sempre vinta al proprio figlio per non vederlo soffrire in realtà lo farà crescere insicuro e perennemente insoddisfatto, perché vorrà sempre di più, in un’escalation di richieste che non potranno essere soddisfatte all’infinito, generando quindi frustrazione.

 

 

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Scommettiamo che... se ne può uscire?

La dipendenza da gioco d'azzardo vista con nuovi occhi. 

 

Sempre di più si sente parlare di “dipendenza da gioco d’azzardo”, o di “gioco d’azzardo patologico” o ancora di “gambling”. Ma di cosa parliamo in realtà quando usiamo questi termini?

Tutti abbiamo la tendenza al gioco e ognuno di noi puó ritenersi un giocatore occasionale, magari scommettendo durante i Mondiali di calcio, o abituale, comprando un “gratta e vinci” alla settimana.

In questo caso il gioco è un innocuo passatempo che occupa una irrilevante parte della nostra vita. Nelle situazioni di dipendenza da gioco, invece, le cose cambiano radicalmente. Il gioco occupa la quasi totalità della vita del giocatore, o perché trascorre moltissime ore a giocare o perché, anche quando non sta fisicamente giocando, la sua mente è sempre rivolta al gioco, con il pensiero, che definirei ossessivo, di cercare nuove strategie per vincere.

Quello che scatta nella mente del giocatore va al di là del piacere del gioco, non è più il fine ludico che attira, quanto la possibilità di vincere ingenti somme e soprattutto la sfida di scoprire metodi segreti che gli permettano di dominare il gioco, scoprendo il sistema per vincere molto denaro e, in un’ottica di pensiero quasi magico, di vivere felice. 

 

 

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Aiuto, sono in crisi!

Le crisi come momento evolutivo. 

 

 

Nell’immaginario comune il termine “crisi” ha un’accezione negativa. Guardando l’etimologia greca e latina del termine si evince però un altro modo di considerare la crisi, ovvero come un’opportunità, una scelta che divide due momenti, due modi di essere diversi separati da un “prima” e da un “dopo”. Come scrive la grande Alba Marcoli “la crisi è il terreno inevitabile e potenzialmente evolutivo (anche se non sempre e non per tutti, perché può anche avere uno sbocco involutivo) da attraversare prima di poter trovare un nuovo equilibrio nei momenti di passaggio o di cambiamento, sia esterno sia interno, che caratterizzano la vita e il suo scorrere per ciascuno di noi, che ne siamo o meno consapevoli.” [Alba Marcoli, Passaggi di vita.]

 

Solo attraversando il territorio incerto della crisi, quello della mancanza di sicurezza si può costruire un nuovo equilibrio, quello che ci accompagna nelle situazioni di vita dove il vecchio equilibrio, al quale eravamo affezionati, non serve più. Ma come tutti sappiamo, lasciare le certezze che ci hanno accompagnato per lungo tempo, anche se ormai inutili, crea sempre molta paura e in certi casi può generare addirittura il panico.

Racamier parla di ‘tempo della crisi”, ovvero la possibilità di attraversare e vivere completamente il dolore, dall’inizio dalla fine. Solo concedendosi di viverlo appieno, un dolore si può consumare e attenuare, liberando delle energie mentali che possano, con il tempo, con il “loro” tempo, permettere di continuare a vivere e di costruire nuovi legami con il mondo e con le persone.

Può sembrare un luogo comune, ma è nel momento di maggiore sconforto che troviamo la nostra ultima risorsa. Bisogna toccare il fondo per darsi la spinta per risalire a galla. Sempre Racamier sostiene che chi vive la crisi sente che non ne uscirà mai ed è per questo che nei momenti di questo tipo è fondamentale essere aiutati da qualcuno che sia capace di riconoscere la difficoltà del lavoro che si sta svolgendo in un tempo e in una direzione e che sia in grado di conservare la speranza che la persona sembra aver perduto. 

 

 

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Si è spento il mondo?

Il vissuto nella depressione

Il termine depressione è entrato sempre più nel linguaggio comune e spesso alla fine di una giornata “no” esclamiamo: “sono depresso!!”. È una sensazione comune quella della tristezza ma i momenti tristi sono in genere collegabili ad eventi specifici e non interferiscono particolarmente con la vita affettiva e relazionale. Quando invece si può parlare di depressione? E cosa significa depressione?

Possiamo iniziare a pensare che si tratti di depressione quando il senso di vuoto, la disperazione e un forte senso di impotenza impediscono il normale scorrimento della vita, percepita come insignificante. La consueta routine diventa fonte di fatica insostenibile e quello che prima si faceva senza nemmeno pensarci ora richiede un impegno che ti sembra di non riuscire a sostenere. Giorno dopo giorno le energie si affievoliscono, la fatica prende il sopravvento e si inizia a fare sempre meno, finchè ci si lascia andare, a volte in un processo improvviso, altre volte in manuera lenta e subdola tanto che non ce ne si accorge finchè non ci si resta intrappolati senza avere più la forza di uscirne.

 

 

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L'ansia, nemica o alleata?

Ti è mai accaduto di essere colto all’improvviso da un attacco d’ansia e di non sapere come gestirlo?

 

Capita nei momenti in cui meno te lo aspetti, magari durante una serata tra amici, quando dalla tranquillità che regnava fino ad un minuto prima ti senti travolto da una forte inquietudine, i muscoli si contraggono, il respiro si fa affannoso e senti uno stato di allerta che ti impedisce di concentrati su qualsiasi altra cosa. Hai la sensazione di morire, di essere in pericolo di vita, dell’imminenza di una catastrofe. E accade nei momenti più imprevedibili, quando ti stai rilassando dopo una giornata di lavoro, mentre guidi, quando stai lavorando. A volte l’ansia ti tiene compagnia fin dal mattino quando apri gli occhi e ti prepari ad affrontare una nuova giornata, altre volte ti assale quando stai per addormentarti, impedendoti di riposare adeguatamente e facendoti svegliare con la sensazione di non essere riposato.

           

 

         Come reagisci in questi casi?

 

 

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