Dott.ssa GIULIA CAUSA Psicologa Clinica
Dott.ssa GIULIA CAUSA Psicologa Clinica

     Il Binge Eating Disorder, ovvero la fame incontrollata.

Normalmente, quando sentiamo parlare di “disturbo alimentare”, la prima immagine che ci viene in mente è quella di un corpo emaciato, pallido, con le ossa in vista, sottoposto a rituali di restrizioni alimentari e ad un eccessivo esercizio fisico. L’immagine dell’anoressia è sicuramente quella primariamente associata a questo termine.

All’interno di questa grande categoria chiamata, appunto, “disturbi alimentari”, ci sono anche altri disturbi, tra cui il BED, ovvero il Binge Eating Disorder, traducibile in italiano come un’alimentazione incontrollata, caratterizzata da grandi abbuffate.

Le persone che ne soffrono, a differenza di quelle che hanno la bulimia, non mettono in atto comportamenti volti alla compensazione (vomito autoindotto, digiuno, uso di lassativi, etc), dunque sono sempre in sovrappeso o in uno stato di obesità.

Questo disturbo si caratterizza per l’assenza di cause mediche che spieghino il peso in eccesso, dovuto quindi a fattori psicologici.

Chi ne soffre mangia, in un lasso di tempo limitato, una quantità di cibo notevolmente maggiore rispetto a quella che assumerebbe la maggior parte delle persone nello stesso arco temporale. È come se si perdesse il controllo, se non ci si riuscisse a fermare e a controllare cosa e quanto si stia mangiando.

Ci sono poi altri aspetti che caratterizzano questo disagio, come il mangiare molto più rapidamente del normale, spesso fino a provare dolore fisico per il troppo cibo ingerito, mangiare anche quando non si ha fame, il più delle volte in solitudine per la vergogna provocata dall’ingente quantità di cibo, vergogna che si tramuta in senso di colpa e disgusto verso di sé, ogni volta che si mangia cosi tanto.

 

Il grasso in eccesso di cui si caricano queste persone può assumere diversi significati: quello che si incontra più spesso è un mezzo di difesa, una barriera tra la persona e il mondo. Il grasso infatti è considerato poco attraente e quindi spesso evitato e in molti casi è usato proprio per tenere a distanza le persone, per evitare di dover affrontare delle difficoltà relazionali o sessuali.

Un altro comune significato del grasso, causato ovviamente dall’eccesso di cibo, è quello di riempimento di un vuoto. Avere una stazza imponente fa sí che la persona si senta vista, che la sua presenza si faccia notare. Questa seconda visione riguarda soprattutto persone molto insicure, che nella loro vita si sono sentite invisibili, magari per questioni familiari, per dinamiche in cui hanno sentito di non avere importanza e di non avere un ruolo. Ricordiamoci sempre che un ruolo negativo (quello dell’”obeso”, in questo caso), è pur sempre meglio dell’anonimato.

Un’altra possibile interpretazione del sovralimentarsi ha a che fare con fantasie distruttive e autodistruttive, è uno strumento di autoaggressione e punizione, si mangia fino a stare male, a scoppiare.  In questo caso spesso c’è una depressione celata, che attraverso una psicoterapia emerge, palesando le motivazioni che spingono all’autodistruzione.

 

Abbiamo visto alcuni dei possibili significati di questo comportamento e molti altri ce ne possono essere; un elemento comune però alle persone che soffrono di questo disturbo è la percezione di sé come perdenti: si sentono, e in famiglia li fanno sentire, dei falliti, delle persone arrendevoli, provano imbarazzo e vergogna come emozioni dominanti.

 

Il corpo si fa portavoce di un messaggio e il messaggio che queste persone vogliono trasmettere è una richiesta di visibilità, si vede più il grasso della persona e questo probabilmente è in linea, come scrivevo prima, con una situazione familiare in cui si sono sempre sentiti invisibili.

Gandolfi e Martinelli nel 2008 scrivono che il sintomo sia la soluzione migliore che la persona ha trovato per risolvere un altro problema. Sono stati fatti alcuni studi sull’obesità infantile, da cui emerge che bambini obesi, con un’alimentazione incontrollata, vivono situazioni di separazioni difficili o di lutti, spesso di un genitore. Il grasso, in questo caso assume due significati diversi: rende presente il genitore assente (spesso a sua volta obeso) e sposta l’attenzione dei familiari su di sé, distogliendola dalla separazione o dal lutto, che diventa una sorta di tabù di cui non è possibile parlare.

La comunicazione di emozione e vissuti spesso non è buona e dunque il bambino comunica con il corpo, rimanendo o tornando ad uno stadio regressivo tipico della primissima infanzia.

 

Non c’è, come per la maggior parte dei disagi psichici, una “cura” standard che vada bene per tutti. Quello che si può fare è ascoltare il messaggio comunicato attraverso il corpo e provare a metterci delle parole, spostarlo quindi dal piano somatico a quello psichico. In tal modo la persona trova uno spazio di ascolto che le è nuovo e sperimenta l’essere vista, l’essere visibile come persona e non come corpo grasso.

 

Rivolgersi ad uno specialista quando si ha la sensazione di mangiare eccessivamente, perdendo il controllo è sicuramente il primo passo per aiutarsi, cosi come fare tutti gli accertamenti medici per escludere patologie organiche.

Come per tutti i disturbi alimentari la cosa migliore è l’intervento multidisciplinare, con un medico, un dietista e uno psicologo. Seguire una dieta senza un supporto psicologico il più delle volte porta al fallimento perché si trascura il messaggio importante che il corpo sta portando.

 

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