Sul tema della maternità, come del resto su tutti i temi inerenti l’umano, si potrebbe parlare per giorni.
Ho deciso di approfondire alcuni punti, a mio avviso i più salienti, del post parto. Non volendo scrivere un trattato però li ho “separati” in più articoli correlati e di seguito troviamo la prima parte che tratta il tema dell’identità e del corpo.
Esiste un momento, dopo la nascita di un figlio, in cui molte donne smettono improvvisamente di riconoscersi.
Non accade sempre nel dolore manifesto.
A volte accade nel silenzio.
Nel corpo che non appartiene più completamente a sé.
Nel tempo frammentato delle notti interrotte e che improvvisamente sembrano eterne e terribilmente buie e silenziose.
Nello sguardo degli altri che sembra vedere soltanto “la madre” e non più la donna, dopo nove mesi in cui si era al centro dell’attenzione di tutti.
Il post parto è spesso narrato come un tempo di felicità naturale, quasi istintiva. Ma nell’esperienza viva di molte donne emerge qualcosa di molto più complesso: una frattura dell’assetto esistenziale precedente.
Non nasce soltanto un bambino.
Nasce una nuova configurazione dell’essere.
E ogni nascita psichica comporta anche una perdita.
Vogliono farci sentire sbagliate se non scatta subito l’amore materno, se il nostro istinto non ci guida e abbiamo bisogno di qualcuno che ci traduca il pianto del bambino e ci insegni a prenderci cura di lui. La verità è che la maternità ha così tante sfaccettature che non sarà mai uguale alla maternità di un’altra donna e nessuna mamma è sbagliata, sta solo facendo del proprio meglio.
La maternità come crisi dell’identità
Nella nostra cultura la maternità viene ancora pensata come compimento. Come se generare un figlio coincidesse automaticamente con una forma di pienezza (ed implicitamente, quindi, chi non si riproduce sia incompleto).
Ma l’esperienza clinica ed umana racconta altro.
Molte donne attraversano il post parto come una soglia perturbante: non sono più quelle di prima, ma non sanno ancora chi stanno diventando.
Il loro mondo cambia consistenza.
Cambiano le coordinate del desiderio.
Il rapporto con il proprio corpo.
Con il tempo.
Con la sessualità.
Con la dipendenza.
Con il bisogno.
La donna che era abituata a pensarsi autonoma può sperimentare un senso di vulnerabilità radicale. E questa vulnerabilità non riguarda solo la fatica pratica della cura, ma una modificazione profonda del proprio modo di abitare il mondo.
La maternità espone.
Espone al limite, alla mancanza di controllo, alla regressione, alla riattivazione di vissuti infantili antichi.
Per alcune donne, diventare madri significa incontrare per la prima volta parti di sé rimaste fino a quel momento silenziose
La maternità oggi si muove dentro una contraddizione paradossale.
Le madri sono continuamente esposte agli sguardi e, allo stesso tempo, profondamente sole.
Sui social la maternità appare spesso levigata, estetizzata, narrata come esperienza piena e luminosa. Ma dietro quell’immagine molte donne vivono un senso di inadeguatezza feroce.
Perché la sofferenza materna è ancora difficilmente dicibile.
Per molte donne è difficile ammettere di provare emozioni ambivalenti: un amore grande per il proprio figlio ma una nostalgia per la vita prima della maternità, il piacere di prendersene cura e la voglia di libertà, l’attenzione al rispetto dei suoi ritmi e la voglia di uscire senza guardare l’orologio. Anche verso il corpo si possono provare sentimenti ambivalenti, da un lato la gratitudine per la vita che ha creato, il peso che ha sopportato, la forza che ha avuto, dall’altro ci possono essere sentimenti negativi per le sue forme cambiate, per i jeans che non entrano più, per il dover essere sempre al servizio di un piccolo essere umano.
Il corpo post parto: un corpo attraversato
C’è un’esperienza del corpo materno di cui si parla poco.
Un corpo che non è più soltanto corpo erotico o identitario, ma corpo-funzione, corpo attraversato dai bisogni dell’altro.
Molte donne descrivono una sensazione di invasione continua.
Il bambino chiede il seno, il contatto, la presenza, lo sguardo.
E il confine corporeo sembra assottigliarsi.
Alcune madri raccontano di sentirsi svuotate. Altre invisibili. Altre ancora colpevoli per il desiderio improvviso di distanza.
In una cultura che idealizza la dedizione materna assoluta, anche il bisogno di separazione può essere vissuto con vergogna.
Eppure è proprio nella possibilità di mantenere uno spazio psichico proprio che può nascere una relazione sufficientemente vitale tra madre e bambino.
Dare parola all’ombra
Forse il problema più grande non è la fatica materna in sé.
È l’impossibilità di nominarla.
Finché la maternità resterà imprigionata dentro un ideale sacralizzato, molte donne continueranno a vivere il proprio dolore in silenzio, con vergogna.
Ma ogni esperienza umana che non può essere detta tende a trasformarsi in sintomo.
Per questo è necessario restituire parola all’ombra della maternità. Non per distruggere l’immagine della madre, ma per renderla finalmente umana.
Perché una madre non è solo colei che dà vita.
È anche una donna che, nel dare vita, attraversa inevitabilmente una trasformazione profonda di sé.